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Racconti Origine

Alle origini del mondo 

Tanti e tanti millenni fa, all'inizio dei tempi, non c'era vita sulla terra. Tutto era informe e le tenebre ricoprivano ogni cosa; solo Dio esisteva.

Un giorno Dio volle creare la vita, il giorno e la notte, l'uomo e gli animali. Cosi disse: «Sia luce». E la luce fu: allora nacquero il giorno e la notte e le tene­bre cessarono di dominare il mondo. All'indomani Dio separò l'aria dalla terra e da quel momento il cielo coprì come una grande cupola tut­te le cose.

Venne il terzo giorno, quando Dio ordinò alle ac­que di raccogliersi in un solo luogo; così si formaro­no il mare e la terra, e la terra fu ricoperta di piante e germogli da cui nascessero altre piante per ricopri­re tutto di alberi e di fiori.

II quarto giorno Dio disse: «Ci siano luci nel cielo per distinguere il giorno dalla notte, per scandire gli anni, le stagioni e i giorni». Nacquero così il sole, la luna e le stelle.

All'alba del quinto giorno non c'era ancora nessun essere vivente sulla terra é Dio ordinò: «Le acque si riempiano di pesci e gli uccelli volino nel cielo.» Così il mare si riempì di pesci grandi e piccoli che guizzavano nell'acqua e il cielo di uccelli dai colori stupendi.

Nel sesto giorno Dio volle che la terra producesse tutti i tipi di animali, allora il suolo si ricopri di animali di ogni razza e specie, di tutti i colori e di tutte le forme: bestiame, rettili e bestie selvatiche.

Dio guardò tutto quanto aveva creato e fu soddi­sfatto. Poi disse: «Qualcuno coltiverà questa terra e dominerà i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che su di essa si muove. Egli si chiame­rà Adamo e somiglierà a me». Raccolse un pugno di polvere dal suolo, plasmò l'uomo e soffiando nelle sue narici gli comunicò la vita.

L'universo era finito: Dio aveva completato la sua opera e tutto era ordinato, bello e perfetto. Egli con­sacrò quel giorno, il settimo, al riposo affinché tutti gli uomini avessero almeno un giorno alla settimana per riposarsi dal lavoro e dedicare i foro pensieri al Creatore.

Nella pianura di Eden Dio creò un meraviglioso giardino e lì pose Adamo. Nel giardino crescevano alberi bellissimi, tra cui l'Albero della vita e l'Albero della conoscenza del bene e dei male; la terra era ricca e fiorente, irrigata dall'acqua di quattro fiumi: Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate.

Dio condusse poi davanti ad Adamo tutti gli ani­mali che aveva creato, perché egli non fosse solo, ma Adamo non trovò nessuno che gli fosse simile. Allora Dio fece scendere su di lui il torpore e mentre dormiva gli tolse una costola: con essa fece una donna che vivesse con lui nel giardino.

Appena Adamo si svegliò guardò la nuova creatu­ra é disse: - Questa volta essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa. Essa sarà mia compa­gna e mia sposa. - Da quel giorno Adamo ed Eva vissero insieme amandosi l'un l'altra e curando il bel­lissimo giardino e ogni cosa che vi si trovava. Ogni giorno, sul far della sera, quando la brezza si alzava, Dio entrava nel giardino a dialogare con Adamo, la più perfetta tra le sue creature, quella a lui più cara: l'intesa tra l'uomo e Dio era perfetta, cosi come quel­la tra l'uomo e la donna e tra l'uomo e gli animali.

Dio aveva messo a disposizione di Adamo ed Eva ogni cosa: terra, acqua, animali che li aiutassero nelle fatiche, alberi belli da guar­dare e carichi di frutti buo­ni da mangiare. Solo un divieto pose loro: l'Albero della conoscenza del bene e del male.

- Potrete mangiare di tutti gli alberi dei giardino, fuorché dell'Albero della conoscenza del bene e del male: se lo farete ne mori­rete. Già a quel tempo, infat­ti, esistevano il bene e il male, anche se Adamo ed Eva ancora non lo sape­vano. Un giorno un serpente, il più astuto tra gli animali che vivevano nel giardino dell'Eden, si av­vicinò ad Eva e le chiese:

- È vero che Dio vi ha proibito di mangiare i frutti degli alberi del giardino?

Eva, ingenua, rispose: -Possiamo mangiare i frutti di tutti gli alberi, tranne quelli dell'Albero della co­noscenza dei bene e dei male. Se ne mangiassimo ne moriremmo!

E il serpente: - Non ne morirete affatto! Dio sa che se voi ne mangiaste diven­tereste sapienti e potenti come Lui, perciò ve lo ha proibito!

Allora Eva guardò l'albero, vide che i suoi frutti parevano buoni da mangiare e pensò che sarebbe stato bello diventare saggi come Dio; così raccolse un frutto e lo assaggiò, poi ne porse un pezzetto ad Adamo e anche egli ne mangiò.

Non appena lo ebbero fatto si guardarono, si ac­corsero di essere senza abiti e imbarazzati dalla loro nudità corsero a raccogliere foglie di fico per coprirsi. Per la prima volta provarono vergogna dei loro corpi e delle loro azioni. Per evitare il giudizio di Dio si nascosero tra gli alberi, ma udirono comunque la voce di Lui che tuonava:

- Adamo, dove sei?

- Ti ho sentito venire e mi sono vergognato del­la mia nudità, perciò mi sono nascosto.

- Anche prima eri nudo. Chi ti ha fatto sapere che lo sei? Hai forse mangiato i frutti dell'albero che ti avevo comandato di non mangiare?

La paura di morire colse Adamo che, dimenticato l'amore per la moglie, rispose: - La donna che mi hai posto accanto mi ha dato il frutto e io l'ho mangiato.

Ed Eva disse: - II serpente mi ha ingannata e io ho mangiato.

Così Adamo ed Eva, per aver ascoltato la voce del serpente, furono cacciati dal giardino dell'Eden e ter­ribile fu la punizione divina: da quel giorno essi co­nobbero fatica e dolore e persero il dono della vita in eterno. Vestiti da tuniche di pelle, abbandonarono il giardino e dovettero lavorare con fatica il suolo da cui essi stessi erano stati tratti: la nuova terra non era più verde e rigogliosa, ma secca ed erta di spini e l'erba campestre divenne il loro cibo.

L'accordo tra Dio e uomo, tra uomo e uomo, tra uomo e animali in quel giorno si era spezzato.

Dopo qualche tempo Adamo ed Eva ebbero due figli; gli anni passarono e Caino divenne agricoltore, mentre Abele scelse la pastorizia.

Ormai erano lontani i tempi in cui Adamo ed Eva vivevano sereni nel giardino dell'Eden, senza cono­scere la sofferenza, l'invidia e l'ingiustizia. Ora i cattivi pensieri erano presenti in loro e soprattutto lo erano in Caino: invidioso del fratello, sentiva che lui era il prediletto dei genitori e di Dio.

Un giorno entrambi andarono a rendere un sacri­ficio a Dio: Caino offrì alcuni dei suoi ortaggi e frutti migliori, mentre Abele portò un agnello. Diversi era­no i doni, ma soprattutto di­ verso fu lo spirito del sacrifi­cio: Dio fu soddisfatto dell'omaggio di Abele, ma non di quello di Caino, perché av­vertiva che era stato fatto con lo spirito sbagliato.

- Perché il tuo sguardo è così minaccioso? - chiese allora Dio a Caino. - Devi stare attento perché è proprio quan­do ti senti come ora che si com­mettono le azioni peggiori.

Caino però lasciò che i cattivi pensieri avessero il sopravvento e un giorno invitò il fratello ad una pas­seggiata in campagna. Quando furono abbastanza lontani da non essere visti, Caino uccise Abele e ne na­scose il corpo. Il gesto di Caino però non passò inos­servato a Dio che lo chia­mò: - Dov'è tuo, fratello?

- Non lo so - rispose Caino mentendo.

- Che cosa hai fatto? - proseguì Dio. - Il san­gue di tuo fratello, che tu hai versato, chiede vendetta. Ora devi andartene, non puoi più coltivare la terra che ha bevuto quel sangue.

Udendo le parole di Dio, Caino iniziò a piangere: il Signore notò in lui i primi segni di pentimento allo­ra impresse sulla sua fronte un simbolo speciale. Esso sarebbe servito da ammonimento a non ucciderlo per chiunque lo avesse incontrato.

Caino tristemente si allontanò e trascorse il resto dei suoi giorni in una terra che si chiamava Errante, a Est di Eden.

 

L'arca di Noè

 

Passarono lunghi e incalcolabili anni. Adamo ed Eva ebbero altri figli, questi a loro volta si riprodusse­ro, ebbero figli e nipoti e così fu per generazioni e generazioni. I tempi dell'Eden erano ormai leggenda nella boc­ca degli anziani: le tribù si spo­stavano di paese in paese alla ri­cerca di terra fertile da coltivare e spesso erano preda di fiere e bestie feroci; mano a mano che aumentavano gli uomini, molti­plicavano con loro i cattivi pen­sieri e le cattive azioni, tanto che Dio un giorno arrivò a pentirsi di avere creato l'uomo e decise di sterminarlo insieme a tutti gli animali che popolavano la terra.

Solo un uomo era rimasto a quel tempo giusto e saggio: Noè, un vecchio rispettato da tutti, anche da Dio. Così un giorno Noè si sentì chiamare dal cielo e udì Dio che gli diceva:

- È suonata l'ora della fine per l'uomo. Manderò il diluvio sulla terra e tutto quanto è su di essa morirà, ma con te io stabilisco un'alleanza. Costruisci un'arca, che sia lunga 150 metri, larga 25 e alta 15, poi entra nell'arca insieme a tua moglie, ai tuoi figli e alle mo­gli dei tuoi figli. Di ogni specie animale porta con te un maschio e una femmina affinché possa riprodursi ancora sulla terra una volta che il diluvio sarà finito. Noè costruì un'arca che potesse contenere tutti gli animali e appena fu finita vi entrò insieme alla mo­glie, ai figli, alle mogli dei figli e a due esemplari, maschio e femmina, di ogni specie animale: di quelle che strisciano sulla terra, degli uccelli che volano nel cielo, dei pesci che guizzano nel mare, del bestiame e delle bestie selvatiche.

Nessun uomo capiva perché Noè avesse costruito quell'arca così grande e perché ci si fosse rinchiuso dentro insieme a tanti animali ed egli venne deriso da tutti, ma dopo sette giorni cominciò a piovere: piovve a dirotto per quaranta giorni e per quaranta notti. Le acque del mare, dei laghi e dei fiumi si in­nalzarono sempre più e coprirono la terra annegan­do ogni creatura vivente. Nulla e nessuno restò vivo al mondo eccetto Noè con la sua famiglia e gli ani­mali che egli aveva caricato sull'arca. Anche i monti furono ricoperti e Noè dalla sua barca non vedeva altro che acqua, qualunque fosse la direzione in cui guardava.

Fu così per 150 giorni e 150 notti, poi finalmente la pioggia cessò e il vento cominciò a spazzar via l'acqua che aveva ricoperto la terra. Per altri 150 gior­ni e 150 notti le acque gradualmente si abbassarono fino a che l'arca non smise di rollare avanti e indietro e alla fine si posò sulla vetta riemersa del monte Ara­rat. Dopo dieci mesi dal giorno del diluvio finalmente riapparvero le cime delle montagne.

Noè attese altri 40 giorni, poi fece uscire dall'arca un cor­vo: questi volò un po' lì intor­no, poi fece ritorno. In seguito Noè mandò fuori una colomba e anche questa, non trovando nessun posto dove potersi appoggiare, dopo un po' ritornò sull'imbarcazione perché c'era ancora acqua su tutta la terra.

Noè attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colom­ba dall'arca: questa volta essa tornò a lui sul far della sera stringendo nel becco un ramoscello d'ulivo. Noè ne fu molto felice perché capì che le acque si stava­no ritirando dalla terra. Aspettò altri sette giorni poi lasciò ancora una volta andare la colomba ed essa questa volta non tornò più: Noè si rese conto che doveva aver trovato un posto in cui stabilirsi tra gli alberi.

Passarono altri quattro mesi e finalmente tutta la terra fu asciutta allora Noè usci dall'arca insieme alla moglie, ai figli, alle mogli dei figli e a tutti gli animali che aveva portato con sé.

La prima cosa che egli fece fu prendere alcune pietre per costruire un altare a Dio e ringraziarlo per averli salvati.

Dio ne fu molto felice e promise a Noè: - Mai più distruggerò tutti gli esseri viventi, né maledirò il suolo che l'uomo coltiva. Finché ci sarà il mondo ci sarà sempre il tempo della semina e quello del rac­colto, il freddo e il caldo, l'estate e l'inverno, il giorno e la notte e mai cesseranno.

E per lasciare un segno tangibile della sua pro­messa, Dio fece apparire un arcobaleno: da quel giorno, ogni volta che l'arcobaleno appare nel cielo, gli uomini sanno che Egli sta ricordando la promessa fatta.

 

La torre di Babel

Noè e i suoi figli si stanziarono nei territori circostanti e cominciarono ad avere altri figli, che a loro volta ebbero dei figli, cosicché Noè in pochissimo tempo si trovò con nipoti, pronipoti e nipoti dei nipoti.

Ben presto le famiglie diventa­rono così grandi che formarono delle vere e proprie tribù anche se tutte parlavano la stessa lingua e avevano i medesimi costumi.

Le genti di tutte queste tribù si sentivano così sicure e orgogliose di sé che iniziarono a costruire una torre nella pianura di Sen­naar, nell'attuale Iran: questa torre avrebbe dovuto essere tanto alta da ricordare a tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i paesi, la loro grandezza.

La torre diventava di giorno in giorno più imponente e ormai molti uomini pensavano di aver raggiunto la perfezione, la similitu­dine con il Signore. Dio allora vol­le punire questa presunzione: non scatenò questa volta un altro dilu­vio, poiché aveva fatto una pro­messa solenne a Noè, ma duran­te la notte confuse la lingua che la gente parlava, creando tante varietà di parola.

L'indomani architetti, ingegneri e manovali si recarono alla torre, ma, quando iniziarono a discute­re dei progetti e dei lavori, non si capivano più: ad ognuno pareva che l'altro emettes­se suoni senza senso. Cominciarono a gesticolare, a urlare, poi se ne andarono, a piccoli gruppi uniti dal­la stessa lingua. Da allora gli uomini iniziarono a ve­dere gli altri gruppi come stranieri appartenenti a na­zioni diverse che parlavano lingue differenti e la torre divenne conosciuta come torre di Babele, che signifi­ca caos.

Il lungo viaggio di Abramo 

Tanti e tanti secoli fa, correva il XVIII sec a. C., vive­vano nella terra di Mesopotamia Abramo e la moglie Sara. Entrambi credevano in Dio e per questo spesso erano derisi: a quel tempo, infatti, la maggior parte degli uomini adorava idoli e dei e ancora pochi, solo gli Ebrei, pregavano un unico Dio. Gli Ebrei, inoltre, non avevano una terra stabile in cui vivere: essi an­davano continuamente alla ricerca di nuove terre per il pascolo. Un giorno Dio decise di dare a questo popolo una terra in cui stanziarsi stabilmente e di fa­re di lui una nazione forte e unita, cosi apparve ad Abramo e gli disse:

- Devi lasciare questo paese e andare dove io ti indicherò. Avrai molti discendenti ed essi si moltipli­cheranno fino a diventare una grande nazione.

II vecchio Abramo non aveva idea di dove fosse questa terra, ma ebbe fiducia in Lui e si mise in viaggio insieme a sua moglie Sara, a suo nipote Lot e ad alcuni schiavi. Il cammino fu lungo e duro, ma alfine giun­sero nella terra di Canaan, lungo il fiume Giordano.

Dio allora volle premiare Abramo per aver avuto fiducia nelle sue parole e gli disse: - Tutto il paese che vedi, io lo darò a te e ai tuoi figli.

Abramo era perplesso: sapeva di dover credere in Dio, ma si chiedeva tra sé: «Di quali figli sta parlan­do? lo e Sara non abbiamo figli!»

Allora Dio aggiunse: - Tra un anno, in questo stes­so giorno, a questa stessa ora, tua moglie Sara parto­rirà un bambino che chiamerete lsacco.

Sara, da dietro la tenda, udì queste parole e den­tro di sé rise: era ormai troppo vecchia e stanca per avere figli. Ma un anno dopo, esattamente lo stesso giorno e alla stessa ora, ella diede alla luce il figlio promesso.

Isacco crebbe e quando ormai era un giovinetto, Dio volle mettere per un'ultima volta alla prova la fede di Abramo. Così lo chiamò: - Abramo, prendi tuo figlio lsacco, conducilo nel territorio di Moria e offrimelo in sacrificio.

L'indomani Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il figlio lsacco e si mise in cammino verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

- Padre, - disse lsacco - ecco qua la legna per il fuoco, ma dov'è l'agnello per il sacrificio?

Tutto ciò che Abramo poté rispondere fu: - Dio ne provvederà uno!

Quando arrivarono nel territorio di Moria, Abramo costrui l'altare, vi collocò sopra la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull'altare. Poi prese il coltello e stava per colpirlo quando dal cielo un angelo gli disse:

- Fermati Abramo, non uccidere il tuo unico fi­glio. Ora Dio sa che lo ami sopra ogni cosa. Sii tu benedetto insieme a tutta la tua discendenza.

Abramo allora alzò lo sguardo, vide un ariete im­pigliato per le corna ad un cespuglio e lo offri in sacrificio; abbracciò il figlio e insieme se ne tornarono a casa.

 

IL SOGNO DI GIUSEPPE 

Da quel giorno, per lunghi anni, Abramo, i suoi figli e i figli dei suoi figli abitarono nella terra di Canaan. Giunse così il XVII sec. a.C. A quel tempo viveva a Canaan un giovane di nome Giuseppe. Egli era l'un­dicesimo di dodici fratelli, il predilet­to dal padre Giacobbe.

Giuseppe aveva diciassette anni quando il padre gli donò una tuni­ca dalle lunghe maniche e dai molti colori, abito usato a quel tempo dalle persone importanti. Al­la vista di quella tunica i fratelli ini­ziarono a invidiarlo apertamente e la loro invidia si tramutò in odio quando Giuseppe raccontò loro il sogno fatto quella notte.

- Fratelli, ho sognato che noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna quando il mio covo­ne si alzava, mentre i vostri gli si inginocchiavano davanti.

Vorresti forse dire che tu regnerai su di noi? L'indomani i fratelli usci­ronocome al solitoper portare le bestie al pascolo, Giuseppe li avrebbe rag­giunti più tardi. Quando lo videro arrivare, cominciaro­no a complottare tra loro. - Ecco, arriva colui che vuole essere il nostro signo­re. Avanti uccidiamolo e nascondiamo il suo corpo, - disse uno. - Ma un altro fratello, di nome Ruben, suggerì: - Fratelli, non uccidiamolo, gettiamolo piuttosto in quel pozzo e lasciamolo lì. Così fecero come aveva detto Ruben: appena arri­vò Giuseppe, lo spogliarono della sua tunica dai mol­ti colori e lo gettarono nel pozzo. Poco dopo passò di lì una carovana di mercanti diretta in Egitto. Disse allora Giuda, un altro fratello: - Che guadagno c'è a uccidere Giuseppe? Piuttosto vendiamolo a questi mercanti!

Giuseppe fu venduto per venti soldi d'argento e i fratelli tornarono a casa dal padre con la sola tunica cosparsa di sangue e lacerata.

Intanto i mercanti erano arrivati in Egitto e Giusep­pe fu venduto schiavo a Putifarre, uno dei consiglie­ri del Faraone e capitano delle guardie.

Putifarre era così contento di come lavorava que­sto schiavo che in pochi anni ne fece il suo servo di fiducia.

Giuseppe era un giovane bello d'aspetto e gentile di cuore e la moglie di Putifarre, innamoratasi di lui, gli confessò il suo amore. Giuseppe la rifiutò: - Non potrei mai rubare la moglie al mio padrone!

Allora ella, offesa nel suo orgoglio, chiamò il mari­to e gli disse che Giuseppe l'aveva sedotta: Putifarre credette alle parole della moglie e cacciò il suo gio­vane servo in prigione.

Capitò dopo qualche tempo che il coppiere e il panettiere dei Fāraone finirono in carcere e lì conob­bero Giuseppe. In una medesima notte essi fecero entrambi un so­gno e lo raccontarono a Giuseppe. Disse il coppiere: - Nel mio so­gno ho visto una vite con tre tralci. lo tenevo la coppa del faraone sot­to l'uva, ne spremetti il succo nella coppa e gliela porsi.

Gli rispose Giuseppe: - Fra tre giorni il Faraone ti libererà e tu tor­nerai a essere suo coppiere. Per fa­vore, quando uscirai ricordati di me, perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e ingiusta­mente sono stato condotto in carcere.

Parlò poi il panettiere: - lo stavo trasportando tre ceste dì pane sulla testa e in quella che stava sopra c'era ogni sorta di cibi cotti al forno dei Faraone, ma gli uccelli li mangiavano. Giuseppe gli rispose: - Fra tre giorni il Faraone ti farà impiccare e gli uccelli mangeranno la tua carne. Dopo tre giorni si festeggiava il compleanno del Faraone: egli libe­rò il coppiere e lo restituì alla sua carica, mentre fece impiccare il pa­nettiere, così come aveva predetto Giuseppe. II capo dei coppieri però si dimenticò completamente di in­tercedere per lui presso il Faraone: ci vollero due anni perché se ne ricordasse.

Dopo due anni, infatti, lo stesso Faraone fece un sogno. Sognò di essere in piedi sulla riva del Nilo e di vedere sette vacche grasse uscire dalle acque e mettersi a pascolare tra i giunchi. Ed ecco che subito dopo, sette vacche magre uscivano dalle acque e divoravano le sette grasse. Poi sognò che sette belle spighe di grano spuntavano da un unico stelo, ma ecco che altre sette spi­ghe vuote e arse dal vento d'oriente crescevano do­po quelle e se le divoravano.

II mattino dopo il Faraone convocò tutti gli indovi­ni e i saggi d'Egitto e raccontò lo­ro il sogno, ma nessuno lo seppe interpretare. Improvvisamente il coppiere si ricordò di Giuseppe e disse al Faraone: - Due anni fa conobbi un giovane Ebreo che fu capace di interpretare un mio sogno e tutto quello che mi disse si è avverato.

II Faraone mandò a chiamare Giuseppe e gli raccontò i suoi sogni.

Disse allora Giuseppe: - I due sogni significano la stessa cosa.

Le sette vacche grasse e le sette spighe piene sono sette anni, così come pure sono sette anni le sette vacche magre e le sette spighe vuote. Ciò vuol dire che ci saranno sette anni di buoni raccolti a cui se­guiranno sette anni di carestia. Dio ha voluto farti sapere ciò affinché tu possa trovare un uomo intelli­gente e saggio da mettere a capo dei paese. Per i sette anni di abbondanza egli dovrebbe far imma­gazzinare un quinto del raccolto: queste scorte sa­ranno a disposizione quando ci sarà la carestia e così la gente non morirà di fame.

Il Faraone lo ascoltò poi disse: - Se Dio ti ha manifestato tutto questo, ciò significa che nessuno è più saggio e intelligente di te. lo ti metterò a capo dei paese e tutto il mio popolo si schiererà ai tuoi ordini.

Quindi Giuseppe partì e percorse l'intero Egitto. Egli per sette anni raccolse; viveri e i magazzini di tutte le città si riempirono di grano; poi arrivarono i sette anni di carestia: ovunque essa seminò fame e: disperazione fuorché in Egitto.

La notizia della ricchezza dell'Egitto si diffuse presto negli altri paesi che soffrivano la carestia e vennero genti da tutto il mondo per comprare il grano.

Anche Giacobbe, padre di Giuseppe, lo venne a sapere e mandò i suoi figli in Egitto perché potessero comprare il grano.

Quando i fratelli di Giuseppe giun­sero davanti a lui, non lo riconobbero e gli si prostrarono davanti chiedendo­gli del grano.

Giuseppe, finse dinon conoscerli per metterli alla prova e capire se i fra­telli erano pentiti del gesto compiuto e solo quando ne ebbe la certezza gridò loro: - lo sono Giuseppe, il fratello che voi vendeste. Ma non sentitevi in colpa: io vi ho perdonato. Ora, correte da nostro padre Giacobbe, portatelo qui e di nuovo staremo tutti insieme, padre, figli e figli dei figli. - Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé.

l fratelli corsero dal padre e lo caricarono sul carro insieme ai loro bambini e alle loro donne, presero il bestiame e tutti i beni che avevano acquistato nel paese di Canaan e partirono per l'Egitto.

II Faraone mise a loro di­sposizione uno dei territori più fertili di tutto il paese, la terra di Gosen, e Giacob­be e la sua famiglia diventa­rono ricchi ed ebbero molti figli.

 

DAVIDE E GOLIA 

A quel tempo il popolo di Israele era giudicato dai giudici, capi politici e militari delle varie tribù, ma essi non si mostrarono in grado di fronteggiare le razzie dei Filistei. Gli Ebrei decisero allora di scegliere un uomo forte e coraggioso a cui affidare Ia guida del paese e fu così che nel 1040 a.C. Saul fu eletto re di Israele.

Neppure Saul però fu capace di eliminare il pericolo filisteo dalla terra di Canaan e la sorte degli Ebrei peggiorò quando dalle file nemiche uscì un soldato di nome Golia.

Egli più che un uomo era un gigante: alto quasi tre metri, portava sul capo un pesante elmo di bronzo e indossava una corazza del peso di oltre 60 chili.

Un giorno Golia si presentò di fronte all’accampamento di re Saul e gridò: - Oggi io vi lancio una sfida: scegliete tra di voi un uomo pronto a combat­tere contro di me. Se sarà capace di vincermi noi saremo vostri schiavi, se invece prevarrò io su di lui voi sarete soggetti a noi.

Gli Israeliti erano terrorizzati e nessuno di loro osa­va scendere in campo contro Golia: per quaranta giorni il filisteo continuò a perseguitarli, mattina e sera, sera e mattina, ma bastava guardare Golia per essere sicuri di chi avrebbe vinto. Nessun uomo poteva nutrire la spe­ranza di abbatterlo.

Tra le file di Saul combattevano tre ragazzi di nome Eliab, Abinadab e Samma. Un giorno un loro fratello più giovane, non ancora in età per partire soldato, si recò all'accampa­mento per portare loro dei cibo e per avere notizie sulla loro salute.

Proprio nel momento in cui quel giovane, di no­me Davide, si trovava all'accampamento di Saul, Go­lia avanzò la sua sfida e Davide gridò: - Chi è mai quest'uomo che osa sfidare l'eserci­to di Dio? - Poi si fece condurre al cospetto di re Saul e gli disse: - Vostra maestà, io andrò volontario a combattere questo gigante.

Saul cercò di fermarlo: - Tu non puoi andare, sei solo un ragazzo, un giovane pastore, mentre Golia è un uomo d'armil

Davide gli rispose: - Oh! mio si­gnore, io bado le pecore di mio padre e ogni volta che un orso o un leone vengono per catturare un agnello io non esito a inseguir­lo, abbatterlo e portargli via la pre­da. Dio mi ha aiutato a liberare i miei animali da orsi e leoni ed ora mi aiuterà a libe­rare il popolo di Israele dalle minacce di costui. Saul, colpito dalla sicurezza e dal coraggio del ra­gazzo, accettò la sua offerta: lo fece vestire del suo stesso elmo e della sua stessa armatura e gli conse­gnò la sua spada. Davide però non aveva mai indos­sato una corazza e mai aveva usato una spada, così si tolse l'armatura, si înfilò cinque ciottoli in tasca e avanzò verso il filisteo tenendo nella destra una fion­da e nella sinistra un bastone.

Appena Golia lo vide ne ebbe disprezzo e gridò ridendo: - Ragazzo, a cosa ti serve il bastone? Credi forse che io sia un cane?

Davide gli rispose: - Tu vieni a me con la forza, io vengo a te nel nome del Signore. lo ti sconfiggerò e il mondo intero saprà che solo quello di Israele è il vero Dio.

Appena il filisteo si mosse incontro a Davide, que­sti prese uno dei sassi che aveva in tasca, lo lanciò con la fionda e colpì Golia proprio in mezzo alla fronte. II gigante cadde con la faccia a terra, così Davide corse verso di lui, gli sfilò la spada dal fodero e lo uccise.

I Filistei; vedendo che il loro eroe era stato sconfit­to, si diedero alla fuga, inseguiti dagli Ebrei che quel giorno conseguirono una importante vittoria.

Dopo lo strepitoso successo su Golia, Davide fu condotto al cospetto di Saul e lì conobbe due suoi figli: Gionata, che subito divenne suo grande amico, e Mikal, che dopo qualche mese fu sua sposa.

Davide fu presto molto amato dalla corte e dall'in­tero popolo: in tutti i combattimenti a cui egli parteci­pava gli Ebrei risultavano vittoriosi e la gente gridava per strada: - Saul ne ha uccisi a decine, ma Davide ne ha uccisi a centinaia!

Fu così che Saul iniziò a diventa­re geloso della, popolarità di Davide e più il tempo passava più il re te­meva il genero perché si dimostra­va agli occhi di tutti un capo anco­ra più valoroso di lui. Saul aveva paura che il popolo lo deponesse per consegnare il trono a Davide. Un giorno Gionata scoprì che Saul stava complottando per ucci­dere il suo caro amico, così mise in guardia Davide dicendogli di scap­pare e di nascondersi. Poi andò dal padre e gli ricordò tutte le imprese compiute da Davide al suo servizio. Saul lo ascoltò e capì di aver esagerato, quindi fece richiamare Davide che riprese fedelmente a -servire il sovrano. La pa­ce tra i due, però, durò poco: qualche tempo dopo la gelosia di Saul riaffiorò e una sera, mentre Davi­de stava suonando la cetra, Saul scagliò contro di lui una lancia, senza però riuscire a colpirlo. Quella stessa notte il sovrano mandò alcuni suoi servitori a casa di Davide per ucciderlo, ma Mikal, informata da Gionata, fece scappare il marito dalla finestra. Quindi, prese una statua, la infilò nel letto, la ricopri con una spessa coperta e mise dalla parte del capo un tessuto di pelo di capra.

Mio marito è malato - disse Mikal ai soldati quando arrivarono, ed essi tornarono da Saul a mani vuote - Se non può alzarsi por­tatemelo dentro il letto! - gri­dò allora il re. I soldati esegui­rono l'ordine e quando Saul tolse la coperta, scopri l'inganno. Egli si infuriò, ma Davide ormai era lontano al sicuro.

Sia Gionata che Mikal tentarono in ogni modo di placare l'ira del padre, ma ogni sforzo fu vano: il suo odio contro Davide aumentava di giorno in giorno e così il giovane per due anni restò nascosto nelle campa­gne. In quei due anni le sorti dell'esercito di Israele si ribalta­rono; i Filistei sempre più spesso riportavano vittoria su­gli Ebrei, fino a che nella bat­taglia sul monte Gelboa trova­rono la morte lo stesso Saul e i suoi figli.

Dopo la morte di Saul, Da­vide uscì dal suo nascondiglio e il popolo lo elesse redi Israele: correva l'anno 1010 a.C.; egli regnò per 40 anni da re saggio e giusto. Fino alla fine della sua vita Davide continuò a chiedersi se qualche membro della famiglia di Saul fosse ancora vivo. Un giorno un servo gli disse che un figlio di Gionata di nome Mefiboset era ancora in vita, ma era storpio. Aveva solo cinque anni quando il padre era morto in battaglia e la nutrice era fuggita nella notte coi bambino in braccio; durante la fuga Mefiboset le era caduto ferendosi ai piedi; da quel giorno egli era rimasto storpio e non era più stato in grado di muoversi agevolmente.

Davide lo mandò immediatamente a chiamare. Quando Mefiboset venne a sapere che il re lo voleva vedere, ebbe paura che Davide volesse vendicarsi delle angherie subite da Saul, ma si recò a palazzo e gli si prostrò davanti.

- Non avere paura - gli disse Davide. - Voglio solo essere gentile con te in nome di tuo padre Gio­nata che fu mio grande amico. Ti restituirò le terre che appartennero a tuo nonno Saul e tu sarai sem­pre il benvenuto alla mia mensa.

Perché dovresti essere così buono con me? lo non ho nulla da offrirti in cambio e inoltre non pos­so lavorare.

Davide si rese conto che Mefiboset era storpio e che non poteva coltivare la terra, così ordinò ad al­cuni suoi servi di andare con Mefiboset e di lavorare per lui.

Da quel giorno, grazie alla generosità di Davide, Mefiboset mangiò alla tavola del sovrano e divenne come uno dei suoi figli.

 

 

LA SAGGEZZA DI SALOMONE

Alla morte di re Davide, nel 970 a.C, salì al trono suo figlio Salomone.

Salomone era ancora molto giovane quando as­sunse la carica di sovrano, ma già era assennato e leale. Una notte Dio gli apparve in sogno e gli do­mandò: - Che cosa vorresti che io ti dessi ora che sei re?

Salomone rispose: - Signore, io sono un ragazzo, non ho esperienza di governo, non so come rego­larmi e questo popolo è tanto numeroso. Concedimi dunque la saggezza di cui ho bisogno affinché io riesca a governare bene, a discernere il bene dal ma­le e ad essere sempre un re buono e giusto per il mio popolo.

Dio apprezzò molto il fatto che Salomone avesse chiesto questo e non ricchezze, potenza o lunga vita per sé e gli rispose: - Poiché tu mi hai domandato ciò, io ti concedo un cuore saggio e una mente in­telligente come mai nessuno ha avuto prima e come mai nessuno avrà dopo di te. E per premiarti ti darò anche quanto non mi hai domandato: ricchezze e gloria.

Non passò, molto tempo che la saggezza di Salomone fu messa alla prova.

Un giorno gli si presentarono da­vanti due donne per avere un giudi­zio riguardo una disputa. Disse la pri­ma: - Vostra maestà, io e questa donna viviamo nella stessa casa. Un giorno io ho partorito un, bambino e tre giorni dopo anch'ella diede alla luce un figlio. In quel periodo non c'era nessuno in casa oltre a noi due. Una notte questa donna per errore si coricò sul suo piccino e lo soffocò, allora, mentre io dormivo, ella si alzò e si prese il mio bambino, met­tendomi nel letto il suo. AI mattino, quando mi sve­gliai, trovai il bambino morto e mi disperai, ma subito mi accorsi che il piccino non era il figlio mio, bensì quello dell'altra donna.

- No, no! - gridò allora l'altra madre. – Il bambino vivo è il mio, il tuo è quello morto. Ti sei sba­gliata e non c'era nessuno in ca­sa che possa testimoniare!

Le due donne continuarono a litigare così davanti al re: era la parola di una contro la parola dell'altra e il re ebbe bisogno di tutta la sua saggezza per scoprire la verità. Alfine Salomone si fece portare una spada e disse:

- Ognuna di voi sostiene che il bambino vivo è il suo e che quello morto appartiene all'altra donna. Ora taglieremo in due il bambino vivo cosi ciascuna delle due madri ne avrà una parte.

No, no! - disse la prima donna. - Piuttosto lasciate a lei il bambino, ma vi scongiuro sire, non uccidetelo.

L'altra madre invece si mostrò d'accordo con il giudizio dei re: - Va bene sire, tagliatelo in due co­me avete detto.

A quel punto Salomone non ebbe più dubbi: - Date il bambino alla prima madre: è chiaro che lo ama veramente come una madre ama il figlio suo, mentre alla seconda non importa niente della vita del piccolo!

La notizia della saggezza di Salomone presto si dif­fuse nell'intero paese e da quel giorno moltissimi Israeliti, e persino molti stranieri, si recarono da lui per avere un suo consiglio.

Come Dio aveva promesso, il regno di Salomone fu inoltre accompagnato da ricchezza e splendore: egli fece erigere il Tempio per il culto del Signore e la costruzione fu veramente meravigliosa. Durante il suo governo le terre produssero tanto grano quanto mai se ne era contato prima, le pecore e le vacche tanto latte quanto mai se ne era visto e ogni famiglia ebbe una casa in cui abitare.

Quarant'anni regnò Salomone: furono anni di pa­ce e ricchezza, che tutti gli Ebrei ricordarono per se­coli e secoli. Alla morte di Salomone salì al trono il figlio Roboamo, ma sotto di lui il regno unito di Israele durò un soffio di vento: alla guida di Gero­boamo le tribù del Sud si ribellarono e nel 931 a. C. il paese si trovò diviso tra il Regno del Nord, o di Israe­le, e il Regno dei Sud, o di Giuda.

 

Elia e la pioggia

Nel 931 a.C., dopo la morte di re Salomone, il regno di Israele si divise in due parti: le tribù di Giu­da e di Beniamino formarono il Regno del Sud, o di Giuda, le restanti dieci tribù costituirono il Regno del Nord, o di Israele.

Nessuno dei due regni però ebbe vita facile: i ne­mici premevano alle frontiere e forte era il malcon­tento interno. Molti uomini inoltre si allontanarono dal culto di Dio per avvicinarsi a idoli e dei; fu in quel periodo che iniziarono a predicare i profeti, uo­mini che cercarono di riavvicinare gli Ebrei alla parola di Dio.

II primo fra i profeti fu Elia, vissuto nel IX sec. a. C. A quel tempo re di Israele era Acab, il quale adorava svariati dei, in particolare Baal, dio del sole e della pioggia.

Un giorno Elia si presentò da Acab dicendogli: - Lascia il tuo dio Baal e venera il Signore. Se non lo farai la pioggia cesserà di cadere su questo paese per tre anni interi.

Acab si fece beffe di Elia e non volle credere alle sue parole, ma dal giorno del loro colloquio cessò di piovere e per tre lunghi anni non un goccio d'acqua cadde dal cielo. La siccità e la carestia divennero gra­vissime: la terra si riempì di crepe e smise di produr­re, molti animali e molte persone morirono di sete.

Allo scadere dei tre anni, Elia si presentò da Acab, che appena lo vide lo insultò: - Tu sei la causa della rovina di Israele!

- Non io, ma tu, col tuo comportamento, hai vo­luto questa carestia - rispose Elia. Poi proseguì: - Or­dina a tutto il popolo di Israele di venire presso di me sul Monte Carmelo e chiama anche i sacerdoti di Baal.

Acab fece quanto Elia gli aveva richiesto e l'indo­mani una immensa folla era riunita presso il Monte Carmelo. Quando tutti furono arrivati, Elia gridò: - lo sono qui da solo, come profeta del Signore, men­tre ci sono 450 sacerdoti di Baal. Portate qui due buoi per un sacrificio: ne prenderemo uno per uno e lo metteremo sulla legna senza appiccarvi il fuoco, poi ognuno pregherà il suo dio affinché mandi il fuo­co. La divinità che risponderà sarà quella vera, l'unica che merita il culto del popolo.

I profeti di Baal iniziarono subito i loro rituali: pre­sero il bue, lo prepararono, lo misero sulla legna e da mattina a sera urlarono e danzarono, invocando il loro dio Baal. Elia diceva loro: - Avanti! Urlate più forte... forse il vostro dio è sovrappensiero oppure dorme e non vi sente!

Quelli gridarono a voce più alta e, secondo il loro costume, si tagliarono con coltelli e pugnali cospar­gendosi del loro stesso sangue.

 

 

 

Quando ormai erano tutti sfiniti. Elia rivolse la sua preghiera al cielo: - Oh! Signore, mostra che tu sei il vero Dio, cosicché questo popolo sappia chi adorare.

Immediatamente dal cielo scese il fuoco che bru­ciò il bue e la legna. Tutta la gente si inginocchiò e rialzando gli occhi vide all'orizzonte una piccola nube che poco a poco divenne sempre più grossa e scura e alla fine rovesciò abbondante acqua sulla terra. Acab se ne andò sconfitto e tutti gli abitanti tornaro­no a casa e fecero sacrifici a Dio. 

Inserirei qui, la Devozione alla Madonna del Carmelo e allo Scapolare…

 

Giona a Ninive

Nella seconda metà del secolo VIII a.C. visse nella terra di Israele un profeta di nome Giona. Un giorno gli apparve un angelo dei Signore che gli disse: - Giona alzati, va a Ninive e parla ai suoi abitanti affin­ché abbandonino il falso e seguano la verità. Se non lo faranno entro quaranta giorni la città sarà comple­tamente distrutta.

Ninive era a quel tempo la capitale dell'impero as­siro e gli Assisi erano acerrimi nemici degli Ebrei. Giona però non voleva andare a Ninive a portarvi il messaggio di Dio: pensò che se lo avesse fatto gli Assiri avrebbero potuto seguire la parola divina, men­tre lui preferiva che questo nemico venisse annienta­to. Solo gli Ebrei dovevano essere il popolo eletto. Così disubbidì al comando di Dio e invece di andare a Ninive scese a Giaffa e si imbarcò per Tarsis, città lontanissima, per fuggire il più distante possibile da Dio e dal suo volere.

La nave salpò, ma appena fu in alto mare scop­piò un violento uragano. Un vento terribile sbatteva l'imbarcazione qua e li e sembrava che il battello dovesse sfasciarsi da un momento all'altro. Tutti colo­ro che erano sulla nave, marinai e passeggeri, corre­vano a destra e a sinistra terrorizzati, cercando di buttare parte dei carico a mare per rendere l'imbarca­zione più leggera.

A Giona venne il sospetto, che Dio avesse manda­to quell'uragano per punirlo della sua disubbidienza e disse ai suoi compagni di viaggio: - Prendetemi e gettatemi in mare e vedrete che questa tempesta si calmerà, poiché io sono certo che questa è la puni­zione di Dio per la mia fuga.

All’inizio nessuno ebbe il coraggio di eseguire quanto Giona aveva loro ordinato e tutti cercarono di remare più in fretta per raggiungere la spiaggia. Ogni tentativo però fu vano e alla fine i marinai deci­sero che occorreva liberarsi di Giona; lo presero e lo gettarono in acqua. Il mare si calmò immediatamen­te e la tempesta cessò.

 

 

Le onde inghiottirono Giona ed egli già pensava di morire annegato quando fu ingoiato tutto intero da un grosso pesce. Vi restò dentro tre giorni e tre notti, poi all'alba del quarto giorno il pesce si fermò sulla terra ferma e fece uscire Giona. L'angelo del Signore nuovamente comandò al profeta: - Vai a Ninive e riferisci a quella gente la parola di Dio.

Giona partì e quando fu nella città cominciò a gridare ai suoi abitanti: - Ascoltate il messaggio divi­no, seguite la Verità, altrimenti Ninive fra quaranta giorni sarà distrutta.

A queste parole tutti i cittadini si convertirono ed anche il re assiro iniziò a fare penitenza: si tolse gli abiti regali e si vestì di un saio. Dio apprezzò il penti­mento degli abitanti della città e decise che non l'a­vrebbe più cancellata dalla faccia della Terra. Appena Giona lo venne a sapere si adirò molto: non riusciva a capire perché il Dio di Israele trattava con misericordia la gente di Ninive, usando per lei lo stesso riguardo che per gli Ebrei. Uscì dalla città e dopo aver camminato a lungo si sedette e sopraffat­to dalla stanchezza si addormentò.

Nel frattempo Dio fece crescere proprio di fianco a Giona una pianta molto frondosa che gli riparava il capo dal sole troppo caldo. Egli fu molto grato al Signore per quell'ombra, ma all'alba del secondo giorno un verme attaccò la pianta che ingiallì e morì. Questa morte rattristò molto Giona: una pianta che seccava era pur sempre una vita spenta.

Dio allora disse a Giona: - Questa pianta è cre­sciuta in una notte e altrettanto velocemente è scom­parsa; tu non t'hai coltivata, non hai fatto nulla per farla crescere, eppure ti rattristi. Vorresti allora che io non avessi pietà di una città in cui vivono oltre cen­tomila persone che io stesso ho creato? Sì, a lungo sono stati lontano da me, ma poi si sono pentiti. Perché non dovrei perdonarli?

Giona ascoltò le parole di Dio, prese la sua bisac­cia e si incamminò verso casa.

Daniele a Babilonia

I due Regni di Israele e di Giuda non ebbero Iun­ga vita: entrambi furono conquistati prima dagli Assiri e poi dai Babilonesi. Nel 586 a.C., nel tempo in cui Nabucodonosor era re di Babilonia, Gerusalemme fu completamente rasa al suolo dai Babilonesi e i suoi abitanti furono deportati.

II re diede quindi ordine di condurre a corte tutti i l giovani israeliti di sangue nobile, belli d'aspetto, colti e intelligenti per educarli secondo la tradizione babi­lonese e farne suoi servitori a palazzo. Vennero così scelti quattro giovani: Daniele, Shadrach, Meshach e Abednego.

Dopo qualche tempo il sovrano fece un sogno al­quanto strano: sognò di trovarsi all'improvviso di fronte ad una statua che aveva, la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro, i piedi in parte di ferro e in parte di argilla. Ad un tratto dal monte si staccava una pietra che cadeva sulla statua ed essa si frantumava in piccolis­simi pezzi immediatamente portati via dal vento, men­tre la pietra si trasformava in una gigantesca montagna.

II re chiamò tutti i maghi e gli indovini di corte affinché interpretassero il suo sogno e, per essere certo che non mentissero, non rivelò loro il sogno, ma pretese che essi stessi lo indovinassero: Nessuno ne fu capace e tutti furono messi a morte.

Si fece allora avanti Daniele che disse al re: - Questo sogno ti è stato ispirato da Dio affinché tu sappia che tutti i regni terreni cadranno, il solo regno che vivrà in eterno è quello celeste.

Nabucodonosor fu così. soddisfatto di questa inter­pretazione che nominò Daniele governatore della provincia di Babilonia e anche i suoi tre amici otten­nero cariche di prestigio e responsabilità.

Non passò molto tempo da quel giorno che il re dimenticò il significato del sogno e iniziò a conside­rarsi l'uomo più importante del mondo. Si fece co­struire una statua d'oro alta quasi 27 metri e ordinò a tutti i principi, i governatori, i giudici e gli ufficiali che ricoprivano le cariche più importanti di adorare la statua. Chi non l'avesse fatto sarebbe stato gettato in una fornace ardente.

Shadrach, Meshach e Abednego si rifiutarono. di adorare quella statua e subito i principi babilonesi ri­ferirono al re la disubbidienza dei tre giovani. Nabu­codonosor li mandò a chiamare e tentò di imporre loro il culto della statua, ma ogni tentativo fu vano. I tre gli risposero: - Noi non ci prostreremo mai di fronte alla tua statua. Se il nostro Dio vuole, saprà come salvarci dalla fornace, ma se anche Egli non lo facesse ci rifiuteremmo ugualmente di adorare i tuoi idoli.

Re Nabucodonosor, che detestava essere sfidato, ordinò ai suoi servi di gettare i giovani nella fornace ardente e di scaldarla sette volte più del solito. A cau­sa del grande calore sprigionato dalle fiamme, gli uo­mini che gettarono i tre israeliti nel fuoco moriro­no bruciati, mentre l'angelo del Signore allontanò da Shadrach, Meshach e Abednego il fuoco e rese l'in­terno della fornace un luogo fresco e ventilato. Nabucodonosor da lontano osservava la scena e vedendo i tre giovani che passeggiavano in mezzo al fuoco in compagnia di un angelo ordinò di liberarli: sovrano, prefetti, governatori, ministri si strinsero in­torno a loro e si stupirono nel notare che i loro corpi erano integri e che i loro abiti non erano neppure stati toccati dall'odore di bruciato. Nabucodonosor si inginocchiò e disse: - Da questo momento io ordino che tutto il mio popolo veneri il

vostro Dio e che chiunque lo of­fenda sia punito.

Da quel giorno il re osservò at­tentamente il culto dei Signore e ascoltò i consigli dei quattro israeli­ti. Alla sua morte salì al trono Bal­dassarre, un uomo che non cre­deva in Dio e che per tutta la du­rata del suo regno si mostrò su­perbo e irriverente. Un giorno Baldassarre organizzò una grande festa a corte e, per onorare gli invitati, decise di offrire loro da bere in coppe d'oro e d'argento trafugate dal tempio di Ge­rusalemme. II re sapeva che esse erano sacre e che non avrebbero dovuto essere usate per divertimenti e festeggiamenti, ma non se ne curò.

All'improvviso una mano misteriosa comparve nel­l'aria e scrisse sulle pareti della sala del banchetto parole incomprensi­bili: «mene», «tekel» e «peres».

Baldassarre iniziò a tremare dal­la paura e interpellò i suoi maghi e i suoi indovini, ma nessuno fu in grado di decifrare la misteriosa scritta.

La regina madre si ricordò allo­ra di Daniele e di come egli aves­se interpretato i sogni di Nabu­codonosor, quindi fu mandato a chiamare Daniele. Appena giunto al banchetto egli disse: - Dio ti ha punito per aver preso i vasi sacri del Signore e averli usati nel tuo banchetto, cosi ha mandato la mano a scrivere que­ste cose. «Mene» significa numero e ciò vuol dire che Dio ha contato i giorni dei tuo regno e presto lo condurrà alla fine. «Tekel» significa peso e vuol dire che sei stato pesato sulla bilancia divina e sei risultato mancante. «Peres» vuol dire divisione e sta a dire che il tuo regno sarà presto diviso, tra Medi e Persiani.

L'interpretazione di Daniele doveva avverarsi ben presto: quella stessa notte Baldassarre fu ucciso e Da­rio, re dei Medi, conquistò il regno.

Re Dario divise il paese in 120 distretti, a capo di ognuno dei quali pose un governatore, poi nominò Daniele loro supervisore.

Daniele si mostrò subito il migliore di tutti e ciò destò l'invidia dei governatori che iniziarono a cercare qual­che pretesto contro di lui. Egli però era impeccabile e non riuscendo a trovare niente di sbagliato nel suo lavoro, pensarono di far accusare Daniele a causa della sua religione.

Essi infatti sapevano che Daniele pregava Dio tre volte al giorno e che si era sempre rifiutato di venera­re idoli e dei, cosi un giorno si presentarono dal Re dicendo: - Maestà, abbiamo pensato di emanare un decreto per cui chi nei prossimi trenta giorni rivol­gerà una qualsiasi preghiera ad una divinità che non sia il Re, sarà gettato nella fossa dei leoni.

Dario si senti alquanto adulato dalla richiesta e su­bito firmò l'ordine. Daniele, nonostante il nuovo edit­to, non cessò di pregare Dio e i suoi nemici corsero subito dal Re dicendo: - Sire, Daniele vi ha disubbi­dito; egli continua a pregare tre volte al giorno il suo Dio proprio come faceva prima che voi promulgaste la legge.

II sovrano a quelle parole si rese conto dell'ingan­no dei suoi ministri, ma ormai era troppo tardi: una legge firmata non poteva essere ritirata. Pensò a lun­go ad una possibile soluzione, ma non c'era alcuna via d'uscita quindi, su pressione dei ministri, ordinò che Daniele venisse gettato nella fossa dei leoni: - Possa il tuo Dio, che servi così fedelmente, salvarti! - gli disse prima di tornarsene a palazzo.

Quella sera Dario non toccò cibo e la notte non riuscì a chiudere occhio: non vedeva l'ora che giun­gesse mattina per correre alla fossa dei leoni. Un'inti­ma speranza che Dio avesse salvato Daniele si ani­mava in lui.

II giorno seguente, appena raggiunta la fossa, gri­dò: - Daniele, il tuo Dio è riuscito a salvarti?

La sua gioia fu grande quando udì la voce di Da­niele che rispondeva: - Sì, o sire, il mio Dio ha man­dato il suo angelo a fermare le fauci dei leoni, così essi non mi hanno neppure sfiorato. Dio sapeva che io non ho fatto niente di male, né contro di Lui, né contro di voi.

II re diede quindi ordine di tirare immediatamente Daniele fuori dalla fossa dei leoni e di gettarvi dentro tutti quei ministri che gli avevano subdolamente fatto firmare l'editto.

Daniele concluse i suoi giorni sotto, il regno di Da­rio, stimato da lui e dall'intero suo popolo.

 

 

 

 


Data creazione : 20/06/2006 - 22:16
Ultima modifica : 20/06/2006 - 22:16
Categoria : Santi
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